La Danza delle Spade dei Taurini
Rievocazione di un rito celtico dell’età del Ferro
Anche
se nelle Alpi occidentali la danza degli Spadonari è
spesso associata ai Saraceni anche nei costumi, per la tradizionale
abitudine popolare di riferire a quest’ambito tutto quanto
era ritenuto antico e “pagano”, essa deriva da un’antichissima
tradizione guerriera particolarmente diffusa dalla fine del
II millennio a.C. in ambito indoeuropeo. Nel mondo classico
era nota la danza armata (“danza pirrica”) degli
Spartani, ma la danza delle spade è un ballo popolare
ancora oggi ricordato in Spagna, Germania, Inghilterra e Scozia,
ma anche nei Balcani, nelle province Basche e in alcuni paesi
exstraeuropei. Un elemento ricorrente è la disposizione
dei danzatori in modo da formare delle figure: cerchi concentrici,
spirali, ponti e volte formati con le spade. In Scozia, alla
fine di ogni figura, le spade venivano intrecciate a formare
una stella di cinque, sei o otto punte, e la danza si concludeva
con la morte del "buffone" per decapitazione. Gli
strumenti musicali tipici utilizzati vanno dalle cornamuse ai
flauti ed ai tamburi, cembali e sonagli, ma anche strumenti
a corda ed in qualche ambito trombe.
Pur
risultando probabili varianti locali, l’origine della
danza, tipicamente collocata all’inizio dell’anno
e prima della primavera, per il mondo celtico intorno alla festa
di Imbolc (1 febbraio), era connessa alla presentazione pubblica
dei guerrieri, anche a scopo matrimoniale, all’accoglimento
dei nuovi giovani al termine dell’addestramento, alla
celebrazione o al rinnovo del giuramento che legava il giovane
guerriero ai capi, alla confraternita ed alla comunità.
L’esecuzione prima della stagione tipica delle attività
militari collegava la danza a valenze diverse: l’invocazione
delle piogge e della fertilità dei campi (ancora oggi
gli Spadonari hanno spesso un cappello con fiori) e forse in
qualche area anche sacrifici a questo scopo (ricordati in Scozia
dalla morte rituale del “buffone”), la dimostrazione
di agilità e capacità guerriere, il rinnovamento
di patti d’alleanza anche con matrimoni scambievoli, l’invocazione
della protezione divina per le campagne militari.
In
generale comunque l’elemento caratterizzante appare la
sacralità della spada, simbolo dell’attività
e della fedeltà del guerriero, che non solo nella tradizione
celtica resterà a lui personalmente legata tanto da accompagnarlo
nella tomba o da essere offerta come dono votivo alle divinità
soprattutto degli inferi, attraverso la deposizione su fondali
lacustri o fluviali. Ancora nel mondo medievale la spada costituirà
l’elemento con cui viene consacrato il cavaliere e, attraverso
la cristianizzazione dell’elsa come croce, lo strumento
di preghiera e di giuramento.
La
spada è anche il simbolo del fulmine, richiamato ancora
oggi in espressioni come “il balenio delle spade”,
e come tale collocata, fiammeggiante, nelle mani di S. Michele
così come nelle mani delle divinità del fulmine
del mondo indoeuropeo dell’età del Ferro, dall’Anatolia
all’Europa occidentale. Nella tradizione indoeuropea il
dio del fulmine che sta sull’alto delle montagne (come
Zeus sull’Olimpo) è ancora la divinità che
protegge i giuramenti e punisce gli spergiuri. E’ quindi
naturale che nel mondo alpino il dio celto-ligure che occupa
la sommità dei monti e manda fulmini (variamente chiamato
nelle iscrizioni come Albiorix, Peninus, Segomo Dunatis, Okelos….
con termini che significano “della montagna”, “che
sta in alto” o simili), fosse variamente interpretato
in età romana come Giove (per esempio al Gran S. Bernardo)
o come Marte (più frequentemente, ed in particolare in
Val di Susa) per essere cristianizzato come S. Michele, che
oltre all’attributo del fulmine avrà in occidente
anche la funzione di pesare le anime prima del Giudizio, denunciandone
eventuali menzogne.
La
danza delle spade diventava dunque nell’età del
Ferro anche un rito di devozione alla divinità, con l’esplicito
richiamo alla invocazione a garanzia della sincerità
del giuramento. E’ probabile che a questo si abbinasse,
subito prima della danza, proprio il giuramento dei giovani
guerrieri, probabilmente attraverso la liturgia della libazione,
in cui il patto viene sottolineato dall’offerta al terreno
(alla divinità degli Inferi) di un sacrificio e di alcune
gocce di vino, come nell’Iliade (III, 276-301), con il
logico riferimento allo spargimento del sangue e della vita
dello spergiuro in caso di mancata fedeltà all’impegno.
In
Val di Susa, ai piedi del Rocciamelone, vera montagna sacra
della protostoria e ritenuta a lungo anche nel Medioevo una
delle cime più alte delle Alpi, incisioni rupestri dell’età
del Ferro mostrano guerrieri danzanti con la sola spada in mano,
secondo una iconografia che compare anche sulla stele del V
secolo a.C. da Centallo (CN): è chiaro il collegamento
alla tradizione sopravvissuta ancora oggi delle danze degli
Spadonari, mentre le incisioni rupestri possono agevolmente
essere interpretate come un ex-voto, una devozione, un richiamo
alla fedeltà del giuramento guerriero.
Con
la ricostruzione della danza delle spade non si può tendere
a ricreare filologicamente un ballo che doveva conoscere innumerevoli
varianti da paese a paese, ma, ispirandosi a passi comuni in
molte danze delle spade attuali e raffigurati proprio sulle
incisioni rupestri, si vogliono ricordare l’atmosfera
della ritualità protostorica e le radici profonde del
folklore nelle valli torinesi, riproponendo lo spirito, l’ideologia
e la gestualità dei Taurini per ricollegare legami ormai
dimenticati ma ancora vivi nelle pieghe della nostra tanto proclamata
modernità.
Filippo M. GAMBARI
Soprintendenza Beni Archeologici del Piemonte